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Sotto la grande quercia

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“Sotto la grande quercia è un romanzo giallo /poliziesco. Narra la vita del detective Katie Fischer che i passato faceva parte della comunità Amisch. La ragazza insieme al suo collega è amico Richard Rossi,sarà impegnata in un complicato caso di omicidio,in un intreccio tra presente e passato.

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Anteprima non editata

Fui svegliata all’improvviso dal mio cercapersone, allungai la mano ancora assonnata per prenderlo e controllare chi fosse, a chiamarmi, così presto, (le 6 del mattino a New York). Vidi che il numero corrispondeva a quello di Richard Rossi detective della omicidi e da tre anni mio compagno di lavoro. Cercai immediatamente di togliermi la nebbia che avvolgeva la mia mente, presi il cellulare e richiamai Richard.Rispose al secondo squillo “Katie, mi disse: passo a prenderti tra una ventina di minuti; abbiamo un caso a Manhattan, ti aggiorno in macchina, e riattaccò. Abituata per lavoro a queste improvvise chiamate, mi alzai per farmi una doccia veloce sperando che mi facesse sparire il mal di testa, mi diressi verso il bagno, passando per la cucina, accesi la macchinetta del caffè come un automa. Quando scesi dal mio appartamento situato al 2 piano in un bel quartiere di New York, dove vivevo da sola, Richard mi stava già aspettando puntualissimo come sempre,(qualità che avevo apprezzato sin da quando eravamo diventati colleghi, odiavo i ritardatari). Lo eravamo da tre anni appunto, da quando lui era stato trasferito da Filadelfia a New York e assegnato al mio distretto a Manhattan. Aveva origini italiane, spesso quando eravamo fuori servizio mi invitava a succulente cene,(era un cuoco abbastanza bravo), e come la maggior parte degli italiani aveva una simpatia innata, facendomi ridere un sacco. Ma sul lavoro Richard era serissimo, come me d’altronde, anche per questo eravamo in sintonia,capendoci al volo senza bisogno di troppe parole, per di più era piuttosto piacente, andava per la trentina e aveva un sorriso disarmante. Non avevo mai pensato a lui come probabile compagno di vita, mi bastava essere buoni amici, certo avevo avuto un paio di frequentazioni maschili, senza complicazioni emotive, diciamo per un bisogno fisiologico, ma ero talmente concentrata sul mio lavoro e sulla mia indipendenza da non pensare ad altro. Appena fui seduta in auto, Richard mi passò il bicchiere con il caffè, (sapeva quanto fossi caffeinomane dipendente), iniziando a parlare” Abbiamo una ragazzina bianca sui 15/16 anni, l’ha trovata un senzatetto a nord di Central Park sotto una grande Quercia,” disse- mentre con l’auto di pattuglia ci dirigevamo sul luogo del ritrovamento, era una fredda mattina primaverile, fui colta da uno strano presagio, un brivido mi corse lungo la spina dorsale e mi sentii turbata. Trovammo la zona del parco già delineata da nastri. La dottoressa Cooper medico legale del dipartimento era china sul cadavere per scoprire più indizi possibili, ci avvicinammo a lei per parlarle, intravedendo dei lunghi capelli biondi fuoriuscire da una cuffietta bianca, quella strana sensazione accaduta in macchina mi assalì nuovamente. Quando la dottoressa si alzò, mostrandomi il volto della vittima, feci un passo indietro,”Oh meine Got” esclamai! Mentre sentivo il sangue defluirmi dal viso. Mi chinai sulla ragazza toccandole il viso con una carezza,(per fortuna avevo indossato i guanti durante il percorso nel parco), Sarah, mia piccola Sarah cosa ti hanno fatto !!!!! Richard sbalordito dalla mia reazione si avvicinò chiedendomi sottovoce,”Katie che succede?La conoscevi?”Girai la testa verso di lui sentendo le lacrime inumidirmi gli occhi. “Si purtroppo” risposi,è mia cugina Sarah, l’ho vista crescere!.Mi estraniai dal mondo circostante, mentre la mia mente vagava istintivamente ai ricordi della mia infanzia trascorsa a Lancaster County, un paesino Amisch in Pennsylvania dove io e Sarah eravamo cresciute con le nostre rispettive famiglie, fino alla mia espulsione dalla comunità. Scossi il capo cercando di far svanire quelle immagini, ripresi il mio proverbiale autocontrollo frutto anche dell’esperienza acquisita in polizia. Dottoressa Cooper dissi: mi dica le sue valutazioni; ora e causa della morte?. Il medico legale Amalia Cooper si chinò nuovamente sul corpo di Sarah scostandole una ciocca di capelli dal viso, pensai- che così, distesa inerme sull’erba umida del mattino,con indosso l’abitino azzurro e la cuffietta nera tradizionale Amisch, appariva bellissima. Sentivo salire dal profondo del mio essere ,una rabbia sorda e cupa,verso la persona o persone che avevano ridotto Sarah,una ragazza giovane e piena di vita in quello stato.”Detective Fischer mi disse Cooper”,da un’analisi preliminare presumo che il decesso sia avvenuto verso le 23/23,30 stando al rigor mortis,per strangolamento,visto le ecchimosi presenti sul collo. Le saprò dire qualcosa in più dopo aver esaminato il materiale sotto le unghie e l’ autopsia. La ragazza ha cercato di difendersi,ma essendo piuttosto esile è stata soprafatta. Richard vedendo che non riuscivo a distogliere lo sguardo da mia cugina,mi prese il braccio trascinandomi via dalla scena dicendo: grazie Dottoressa Cooper,la chiameremo più tardi,mentre il personale addetto metteva Sarah in un sacco nero per portarla all’obitorio. Ci dirigemmo verso la macchina per andare in centrale e informare il nostro capo sull’indagine. Katie,tutto ok? mi chiese Richard,premuroso come sempre. Ti va di parlarne? Non adesso risposi! Andiamo in centrale,così che possa esaminare tutte le prove e poi devo comunicare al capo Power la mia parentela con Sarah.Già la mia piccola cuginetta portata via alla sua giovanissima età,secondo i miei calcoli,ora Sarah avrebbe dovuto avere sui 17 anni. Ricordavo ancora il giorno in cui era nata,l’ultima di sei figli (noi Amisch facevamo la media di sette figli per famiglia),zia Rebecca aveva avuto non poche difficoltà nell’averla. Provenendo appunto da una comunità,dove disertavano gli ospedali,le partorienti preferivano affidarsi alle altre donne del proprio villaggio,e a un’ostetrica Amisch (oltre al volere di Dio). Io una bimbetta di soli 9 anni,stavo nella stanza accanto,insieme alle mie tre sorelle più grandi e alle mie cugine, gli uomini e i ragazzi erano impegnati nei campi o nell’artigianato. Sentivo le urla strazianti di zia Rebecca durante il travaglio,mia madre Annie,con l’ostetrica assistevano la partoriente,il nostro compito invece era di pregare il Signore affinchè la nascita di questa nuova creatura andasse per il meglio. Mi ricordai,che già allora,nonostante fossi così piccola,pensai come potesse Dio far soffrire una donna così nel mettere al mondo dei figli,e che non li avrei mai voluti.

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