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Figli, padrini e spiriti inattesi

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Federica, una bionda e riccia scrittrice trentenne dal passato misterioso. Alcuni suoi ricordi d’infanzia hanno dato origine ad ansie e paure che la costringono a una vita segregata, lontana dall’ordinaria quotidianità. La sua bella casa trasteverina sembra essere una gabbia ma, in realtà, è per lei rifugio e conforto dalle paure che la tormentano. Unica guida e unico sguardo sul mondo esterno è Fabrizio, il ricco ed enigmatico editore di Federica.
Sarà proprio un incarico affidatole da Fabrizio a stravolgere la vita di Federica. La giovane verrà mandata a Palermo con il compito di seguire da vicino alcuni episodi di cronaca mafiosa e, in particolare, dovrà tenere d’occhio tutto ciò che riguarda la Giudice, una donna che da sempre combatte e tenta di smascherare Cosa Nostra.

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CAPITOLO 1
Lascio Palermo, torno a Roma
Giugno 2016
Con l’estate alle porte, l’aria si era fatta afosa. Stavo facendo un sogno fantastico, troppo divertente… smontavo e rimontavo il cane della mia vicina come un modellino. Tenevo la finestra chiusa per paura delle zanzare. Forse fu a causa del caldo che mi svegliai ed esattamente nel letto di quella piccola stanza d’ospedale, a Palermo, poco più avanti del reparto di terapia intensiva, mi accorsi della sua presenza. Quando aprii gli occhi lui era lì, in piedi, a guardarmi in silenzio, con la stessa dolcezza e devozione di un violinista che osserva il proprio violino subito dopo averlo suonato. I nostri sguardi si incrociarono ma lo spettro sgranò gli occhi, arricciò il naso come se fosse stato colpito in faccia da una goccia gelida, levò uno sguardo di biasimo e con la fugacità di una bolla di sapone si dissolse nell’aria.
Non riuscivo a credere a quello che mi era appena successo. D’istinto nascosi la testa sotto il cuscino, ma poi l’ansia era troppa e mi tirai fuori dal letto. Senza infilare le pantofole che ovviamente erano buttate sotto il materasso, mi precipitai come un proiettile fuori dalla stanza. Ferma nel corridoio semi illuminato ispezionai con sguardo attento ogni angolo e ripresi a respirare solo dopo aver constatato che tutto era silenzio e deserto. Rompeva l’aria solo qualche lamento proveniente dal reparto di neurologia adiacente. Trascorse qualche minuto e la porta della terapia intensiva si aprì. Sulla soglia apparve l’infermiera di turno con tanto di cuffietta, guanti sterili e mascherina.
“ Mi scusi ” le chiesi trafelata “ ha visto o sentito qualcuno?”
“ Prego?” mi rispose.
“ Mentre era con i suoi pazienti, ha visto o sentito qualcuno ?”
“ No… no… Dalla terapia è impossibile sentire altro “.Inarcò le sopracciglia e portò le mani sui fianchi. “Ma, lei che ci fa in giro a quest’ora? Non è una paziente, chi l’ha fatta entrare? Sa che non dovrebbe essere qui?“
“ Ha ragione. E’ che… c’era… ma non potrebbe ugualmente aver visto qualcosa? Ci pensi”.
“ Le ho già detto di no“ disse con tono grave. ”Ma lei chi è?”
“Che sbadata… “ le porsi la mano ”mi chiamo Federica Soraqui, sono una scrittrice e…“
Mi interruppe bruscamente.
“Ah…è lei” commentò scocciata. “La prego, mi faccia una cortesia, se ne ritorni in camera, sta disturbando i pazienti.” Prima uno poi l’altro, guardò con biasimo i miei piedi scalzi. Mi vergognai e provai con la più assoluta mancanza di disinvoltura a nasconderli dietro i polpacci. Non mi ero fatta la pedicure. Perché avrei dovuto? Non uscivo mai, a me bastava tenerli puliti e, sporadicamente, idratarli con delle creme ma… in effetti avevo le unghie rovinate, i talloni un po’ screpolati e figuriamoci se pensavo di mettere lo smalto. Ad occhio e croce invece quella era sicuramente il tipo di donna con la puzzetta sotto il naso che i piedi li curava sempre e bene.
“ E ci rimanga“ concluse.
Era ovvio che non fosse la mia serata. L’unica infermiera stronza l’avevo incrociata io. Pur sapendo benissimo chi fossi, e il motivo della mia permanenza lì in ospedale, pretese di controllare i miei documenti e il cartellino lasciapassare del Ministero della Sanità. Consapevole del pavimento gelato sotto i piedi, finalmente rientrai in stanza e mi attaccai al telefono.
“ Pronto? Pronto? Cazzo Fabrizio ma dove sei non si sente niente” dissi seccata” fermati in un punto dove il cellulare ti prende bene. Accidenti a te. Non importa, volevo solo avvisarti che, ti piaccia o no, domani rientrerò a Roma con il primo volo”. Riagganciai.
Mi infilai di nuovo a letto, sparii sotto le lenzuola e sentii sempre più agitato il mio cuore che gridava“ Eh no, Fabrizio. Sarai anche il mio editore, ma non mi farai restare qui per forza. Palermo, anzi la Sicilia intera non fanno per me. E non pensare di farmi cambiare idea perché… perché altrimenti ti faccio vedere io”. Misi il broncio. Poi pensai che, in effetti, a lui non importava un fico secco di come stavo o della mia paura di volare.
Figuriamoci se un ego di quel calibro poteva avere la sensibilità di comprendere che con quella trasferta mi aveva complicato la vita e che ero terrorizzata al solo pensiero dell’aereo da prendere. “Che Dio me la mandi buona!” sussurrai.
Presi talmente tante gocce di valium che mi riaddormentai quasi subito.

Se avessi avuto il dono del teletrasporto, lo avrei evitato, ma ecco che il giorno successivo volavo sotto una pioggia calda in direzione Roma. E’ proprio vero che la mente umana è inquieta e difficile da controllare, infatti nonostante la paura dell’altitudine e tutti gli altri deliri, tornai a pensare solo a lui.
A Palermo, avevo avuto solo una fugace visione della sua immagine, quindi le possibilità di riconoscerlo erano praticamente pari a zero, ma non mi scoraggiai e senza capire neanche io il perché, decisi di cercarlo tra i giovani siciliani degli anni 40. Certo ,al solo pensiero di aver avuto a che fare con lo spettro di un capo mafia sanguinario che magari mi avvertiva di rimanere al mio posto mi si gelava il sangue, ma sapere chi fosse mi solleticava troppo.
Poi ripensandoci meglio mi venne in mente che il suo viso mi era parso scottato dal sole e che portava dei lunghi capelli scuri sciolti che cadevano sulle spalle larghe, sì… molto larghe. Ricordai meglio anche gli abiti che indossava, da contadino usurati come quelli portati dai pellerossa dei film. Quegli indiani resi schiavi dagli americani, privati della dignità di guerrieri e costretti a trascorrere le giornate fuori dai saloon, fumando tabacco e mendicando Tiswin come dei vagabondi.
Ci fu un vuoto d’aria. Mi allarmai, ma una misteriosa corrente d’aria fresca mi calmò. Ottime possibilità che fosse un segnale di presenza del mio presunto fantasma. Avevo letto da qualche parte che l’improvviso calo della temperatura in un ambiente è uno dei segni rivelatori della presenza di un fantasma. L’emozione mi fece sobbalzare il cuore.
Rimasi in quello stato di eccitazione per tutta la durata del viaggio. Cosa più che buona perché dimenticai la paura di volare.
Arrivata a Roma avevo ancora lo scarico di adrenalina ma una volta a casa preferii comunque rimanere buona a non far nulla. Cosa non insolita per una come me che aveva congelato la sua vita.

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