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Come allodole sull’alloro

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Alma è un’adolescente inquieta che vive i dubbi della sua età con fragilità e profonda insicurezza.
Chiusa nella “gabbia” della sua camera da letto, si rifugia da un ambiente familiare ostile, in cui la separazione dei genitori sembra essere l’unica via di scampo al suo malessere interiore.
Lontana anni luce dalla vita di sua madre Anita, psicoterapeuta di successo, che non ha “tempo” da dedicare al loro rapporto già in bilico, Alma si lascia vivere ingurgitando cibo spazzatura fino a scoppiare.
L’aumento graduale di peso coinciderà presto con la sua trasformazione mentale ed il desiderio di diventare invisibile.

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Anteprima non editata

CAP. 1 “La gabbia”

Avevo fame quel giorno, camminavo a denti stretti, veloce e senza intermittenze.
Percorrevo ansimante il viale che portava alla scuola, con una gran paura di cedere e rassegnarmi ancora.
Non avevo parlato con nessuno, il mio segreto mi dilaniava, restava li, immobile e feroce, in attesa di aggredirmi per l’ennesima volta. L’ultima.
Quella mattina la sveglia urlava nelle mie orecchie “back to black” di Amy Winehouse e pur di non sentire quella voce sguaiata entrarmi nelle viscere, mi sono rotolata giù dal letto in un battibaleno.
Facevo fatica a rialzarmi, avevo muscoli e nervi a pezzi e l’idea di vivere altre 24 ore di mondo lì fuori dalla mia gabbia, mi terrorizzava ma dovevo affrontare la realtà.
Amavo la mia vita trascorsa nella gabbia, lì dentro mi sentivo al riparo da tutti; 20 metri quadri arredati di serenità, di isolamento e di “non voglio dare giustificazioni a nessuno – fuori di qui”. Era questa la vita che volevo. L’avevo scelta o forse, non avevo scelta.
La mia era fragilità di un’età perduta, dei miei sedici anni consumati in un corpo che non li aveva mai accettati ma con un forte desiderio di ricominciare.

E la consapevolezza di essere troppo debole per affrontare un’altra prova, un’altra possibilità. Una me l’ero fatta già scappare.
E mia madre che non c’era, distratta dalla sua bella vita distante anni luce dalla mia e l’insoddisfazione di non essere stata capace di urlarle il mio dolore da qui, isolata dal mondo, prigioniera nella mia gabbia. Un urlo che non era arrivato a lei, un sussurro il mio, che non poteva colmare la distanza di due vite così lontane.
A dieci anni avevo già la sensazione di essermene persi venti, il mio corpo goffo cresceva a dismisura ignorando il peso della mia vera età, beffeggiando l’inadeguatezza di mia madre, incapace di prendere una qualsiasi decisione al posto mio.
E così, alla fine della scuola elementare, pesavo già settanta chili ed i miei fianchi erano costretti ad entrare in pantaloni fuori moda e misura per una bambina della mia età.
Ero un mostro, un orrendo essere che tutti evitavano, ero “cicciacoccia” per tutti – a scuola mi chiamavano così a causa delle mie guance tonde.
Mi vestivo male, mascheravo le rotondità con abiti extra large scelti in fretta ai grandi magazzini, con la vergogna che solo una bambina di dieci anni poteva provare, persa nell’offesa di quel grasso attaccato al corpo con l’attack.

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Spedizione prevista per Maggio 2020

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