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Collo di bottiglia

15,00 13,90

Anno 2010.
Russell e Ethan sono i proprietari di un laboratorio per la produzione di droga, all’interno di una struttura psichiatrica.
La misteriosa scomparsa di Ursula, la morte del suo ”compagno” Kirk, seguita dalla perdita di una delle personalità geniali e multiple di Ethan, porterà ad una brusca frenata della produzione ed il completo abbandono della gestione della struttura, attirando a sé i controlli delle forze dell’ordine che faranno emergere diverse incongruenze

Rino Tagliafili, pseudonimo di Riccardo Mantellini, nasce a Forlì il 5 Giugno del 1988.
Vincitore della prima edizione del concorso letterario Noir ”L’orto in nero”
Nel 2018 debutta con ”Terminal 12” racconto che verrà incluso nell’antologia curata da Gianluca Morozzi ”Gli anni dieci”  ”Gabbia” ed il romanzo ”ABC’ segnano le prime uscite a livello individuale.
Nel 2019 è la volta di ”Martirio” e ”Memorie” per le rispettive antologie ”Il quartiere più sicuro” e ”Precipitare il Libertà”
”Collo di bottiglia” è la prima pubblicazione tramite la casa editrice WritersEditor.

 

Anteprima

L’aria le scompigliava i lunghi capelli sporchi, ingrigiti dalle innumerevoli tinte da quattro soldi. Le fluttuavano fibrosi e stopposi sul volto, arruffati dalla corrente autunnale. La portafinestra era rimasta aperta troppo a lungo e gli spifferi mattutini avevano spazzato le foglie cadute dentro casa. Il tappeto dalle tonalità mattone e senape, posto all’ingresso dell’abitazione, sembrava una grossa crosta: oltre allo sporco ci si metteva anche la sensazione di prurito che emanava quella buccia foruncolosa.
Tutto ciò provocava ad Ursula un forte senso di stress: la sporcizia nascosta negli angoli del suo appartamento si compattava creando
nuvoli purulenti che vorticavano per le stanze come rotola campi nella steppa. Circondata dal sudiciume, Ursula ammirava quelle neoformazioni tanto delicate.
Tanti teratomi costituiti dalle schifezze più disparate che, però, mantenevano uno stato di leggerezza e grazia impossibile da replicare per lei.
Scostando le tende sbiadite, riconobbe le esili spalle di Kirk appoggiato al parapetto che delimitava lo stretto terrazzino.
Visto da dietro, il suo uomo faceva quasi paura: magro come un levriero ma non altrettanto prestante, Kirk abbandonava i suoi pochi chilogrammi sul parapetto, sorretto da due braccia che parevano cannucce. La sua figura aguzza dondolava faticando a trovare una dimensione armonica, spezzata com’era in tanti spigoli appuntiti. Il mento era alto, lo sguardo lontano ad osservare il cielo. Lei al massimo aveva colto lo sporco in terra che danzava sulle note dello Zeffiro, ingigantendosi come un neoplasma ad ogni cambio di ritmo.
A proposito di teratomi: chissà cosa passava per la testa a quel pazzo di Kirk! Lì dentro potevano generarsi dalle più infide alle più stravaganti idee. Come tanti piccoli tumori nascono spontaneamente, diversi, improvvisi e potenzialmente letali, così Kirk aveva la facoltà di generare pensieri folli, geniali, terribili.
Anche se così, incurvato su quelle fragili spalle flosce, sembrava un normale ometto sulla quarantina, Ursula ammirava quel suo particolare modo di vedere il mondo: creando, inventando e credendo in qualcosa che le altre persone non riuscivano nemmeno a comprendere.
Gli appoggiò dolcemente la mano sulla spalla, temendo di spezzarla anche solo sfiorandola.
«Cosa vuoi?» – Il suo tono era sempre così duro, schietto, come se dovesse regolare con la fermezza delle sue parole il vorticare furioso dei suoi pensieri -. «Lo sai che non mi piace».
A Kirk non piaceva essere toccato, era ossessionato dalla timidezza delle chiome degli alberi, quel fenomeno per cui le fronde di alberi diversi non vengono mai a contatto. Kirk applicava questa condizione alle persone. La sua presa di distanza dal mondo doveva essere dai centoventi centimetri in poi: non accettava violazioni della sua zona sociale.

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