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Intervista a Giorgio Alfonsi. Autore del libro: Il club degli Anonimi

Giorgio Alfonsi è nato a Roma nel 1981.
Appassionato di fotografia e instancabile lettore, ama scrivere per il piacere di raccontare storie. E’ alla sua terza pubblicazione, Il Club degli Anonimi, edito dalla WritersEditor è il suo primo romanzo.

Un’idea originale quella di costruire attorno al significato del club il suo primo manoscritto. Come nasce “Il club degli Anonimi”?

“Quando ho cominciato a ragionare sulla storia che avrei voluto raccontare nel romanzo, in tutta onestà, non sapevo ancora che ci sarebbe stato un club. L’idea si è sviluppata con il procedere della storia stessa; sapevo di volerla ambientare principalmente in un garage e che Lucio, il protagonista del romanzo, avrebbe dovuto fare i conti con una situazione psicologica abbastanza complicata, nel tentativo di ricomporre un’esistenza finita in pezzi. Nel momento in cui ho deciso di inserire nella storia il personaggio di Donatello Basta, le cose hanno preso una piega inaspettata, perché in fondo, l’idea di fondare il Club degli Anonimi nasce proprio dalla sua presenza. Sentivo il bisogno di estrapolare i personaggi principali da un contesto normale e di inserirli in qualcosa di diverso, possibilmente isolandoli, e di farlo in un modo che avrebbe permesso a Donatello di contaminare con il suo Dont-pensiero quello degli altri; dopotutto un club è qualcosa di esclusivo, di cui devi necessariamente condividere gli ideali per esserne membro ed era esattamente ciò che serviva. Il resto della storia è una conseguenza di questa decisione, una volta capito che genere di club sarebbe stato, non è stato difficile immaginare la piega che avrebbero preso gli eventi”.

Chi è Giorgio Alfonsi? Ma soprattutto chi è all’interno di questo libro?

“Sono una persona dotata di parecchia immaginazione; la uso quotidianamente nel mestiere che faccio per vivere, il grafico, e ogni tanto la sfrutto per scrivere delle storie. Con la creatività ho a che fare ormai da molto tempo, più o meno da quando, una volta terminate le scuole medie, mi consigliarono di valorizzare le materie artistiche nel mio percorso di studi, cosa che ho poi effettivamente fatto. A 38 anni posso dirmi soddisfatto di chi sono: ho una moglie e un figlio bellissimi, una casa dove tornare e sono circondato da persone che mi vogliono bene. La mia passione per la scrittura è figlia di quella per la lettura; sono un instancabile e inguaribile lettore, e dopo anni passati a leggere le storie degli altri ho sentito il bisogno di raccontarne di mie, cominciando da racconti più o meno brevi fino ad arrivare a questo romanzo. 

A mio avviso, ogni persona che si diletti nella scrittura finisce sempre per mettere qualcosa di sé in ciò che scrive, indipendentemente dal genere di storia che vuole raccontare, e anche Il Club degli Anonimi non fa eccezione. Alcuni degli eventi raccontati fanno parte del mio bagaglio di esperienze passate: ad esempio ho vissuto veramente per un periodo della mia vita in un garage risistemato alla bene e meglio, così come ho lasciato l’accademia d’arte dopo nemmeno un anno e giocato da bambino in mezzo ai cantieri abbandonati del quartiere dove abitavo, rischiando molto spesso di non tornare intero a casa. Lucio Croce, il protagonista della storia, ha ereditato parte del mio carattere e del mio aspetto fisico a diciannove anni; è sicuramente il personaggio con cui sento più affinità per via della sua indole e del background che gli ho costruito intorno, ma anche perché, essendo il libro scritto in prima persona, in pratica è la mia voce narrante. Gli altri membri de Il Club degli Anonimi, Remo, Gerom e Donatello hanno subito lo stesso tipo di influenza, seppur in maniera minore. Avendo ognuno un ruolo specifico, il loro carattere l’ho potuto plasmare in base alle esigenze della storia, anche se devo ammettere che spesso e volentieri, Donatello Basta in arte Dont, è sfuggito ad ogni logica andandosene per conto suo ed è una dote che ammiro molto in un personaggio immaginario.

Chi sono nel libro? Un po’ tutti e un po’ nessuno, la base del Dont-pensiero insomma”.

Il Club degli Anonimi è un libro dove l’amicizia sembra contare molto. Per lei, quanto sono importanti le persone che la circondano?

“La famiglia, gli amici, i legami in generale sono la cosa più importante perché ti danno la misura di chi sei e di come lo sei. Nel Club ho cercato di affrontare i legami di sangue e amicizia da punti di vista differenti, portandone a galla pregi e difetti perché ovviamente ci sono entrambi. Le persone che ti circondano e che ti amano hanno il potere di salvarti, ma anche di distruggerti. Ne Il Club degli Anonimi è uno degli argomenti cardine della storia, e questo perché lo è anche per me. Da questo punto di vista mi ritengo fortunato, le persone che mi circondano sono state spesso la mia salvezza nei momenti difficili, ma sarebbe riduttivo dare loro solo questo merito. La verità è che ogni momento della mia vita, dal più bello fino al più brutto, non mi sono mai ritrovato da solo; c’era sempre qualcuno pronto a volermi bene, e questo mi ha insegnato l’importanza di chi mi circonda. La storia raccontata nel libro parla dei legami con gli altri e di quanto questi possano influire positivamente o negativamente nella vita di ognuno di noi”.  

Indichi una parte del libro che le piacerebbe riportare, motivandola.

“La parte del libro che mi piacerebbe riportare è a cavallo tra pagina 38 e 39 del romanzo, e funge da preambolo per il secondo capitolo, che ho intitolato “Il Maniscalco (quel che esiste e non esiste al tempo stesso)”. La motivazione è molto semplice: il Maniscalco è un elemento fondamentale ne Il Club degli Anonimi: oltre ad essere l’idolo del Club, è la rappresentazione fisica del deterioramento psicologico che avviene nel corso del racconto ai suoi membri, e sento il bisogno di dedicargli qui il giusto spazio. Come se lo siano procurato Lucio e gli altri vi lascio il piacere di scoprirlo da soli, grazie alle righe che seguono potrete però farvi un’idea di quanto il Maniscalco fosse importante per il Club e di come venisse impiegato il tempo tra le quattro mura di quel garage abbandonato.

«Sono loro, sono tornati. Avevi ragione tu, quello era proprio

il rumore della tua macchina».

«E certo che avevo ragione! Birra per tutti! E già che ci sei,

Croce, prendi il sacchetto dentro alla tasca della mia felpa, sta

proprio lì sul letto. Ho voglia di farmi una fumata».

«Non dovremmo aspettare che Gerom ci legga il suo racconto?

Questa è o non è la serata dell’ascolto dei capolavori?»

Nell’udire quelle parole Dont si era alzato di scatto, tra le

mani teneva il Maniscalco, se lo rigirava accarezzando la liscia

curva del cranio.

Il Maniscalco era il totem del Club degli anonimi, in pratica

il nostro idolo. C’era una storia incredibile dietro quel teschio e

a come lo avevamo rimediato, presto arriveremo anche a quella.

«Giusto, Croce. Quando hai ragione hai ragione. Serve il capolavoro

del buon vecchio Gerom prima di fumare. Come si fa

a fumare senza ascoltare il capolavoro? Dio, che sciocco sono!

Il CA-PO-LA-VORO! CA-PO-LA-VORO! CA-PO-LAVORO!»

Il suono della sua voce che scandiva quella parola mi aveva

fatto tornare in mente le nostre invocazioni al Maniscalco e allora 

ero scoppiato a ridere. Nel frattempo Remo e mio cugino

erano finalmente rientrati.

Gerom, nell’ascoltare la cantilena di Dont, aveva perso la

testa per la felicita; Remo si limitava a sorridere come suo solito,

e dopo pochi secondi, tutti e quattro avevamo preso a ripetere

«CA-PO-LA-VORO! CA-PO-LA-VORO! CA-PO-LAVORO!»

Ormai, completamente ubriachi, ci eravamo sistemati a sedere,

io e Dont sul divano, Remo sul materasso con la schiena

appoggiata al muro, Gerom sulla sua sedia di plastica. Il rito

prevedeva che i posti fossero sempre gli stessi, e mio cugino

doveva sempre stare seduto su quella sedia che ne reggeva a

stento il peso, noi aspettavamo solo che cascasse per terra e

prima o poi sarebbe accaduto per forza. A guardarla bene, si

potevano vedere i primi segni di cedimento sulle gambe di plastica

incurvate all’inverosimile, che iniziavano ad assumere

quel colore più chiaro della plastica rigida piegata.

Il Maniscalco se ne stava ad osservare la scena dall’alto del

suo trono, che poi non era altro che la televisione; solamente

più tardi ci saremmo dedicati alla sua immancabile venerazione,

quando saremmo stati così fuori di noi da credere che un

teschio di maiale avrebbe ascoltato le nostre preghiere, indirizzando

le gesta del nostro Club verso nuovi orizzonti. Come se

poi, quello che avevamo fatto fino a quel momento non fosse

già abbastanza.

Gerom aveva letto la sua nuova storia”.

Un Club nato all’interno di un garage abbandonato, dove i due ragazzi cercheranno di dare un senso al loro tempo e alla loro vita. Cos’è, per Lei, il senso della vita?

“Questa è una domanda molto pertinente. Il romanzo, essenzialmente, parla della paura di vivere rapportandosi con sé stessi e con il resto del mondo. Il Dont-pensiero di Donatello Basta può apparire distruttivo e deleterio, ma ha un suo fascino: non esistere per esistere davvero, eliminare qualunque senso dalla vita…molto comodo, e anche parecchio interessante a mio avviso, come alternativa per sfuggire all’esistenza e alle responsabilità che essa comporta. Sbarazzarsi delle regole, del concetto del faccio-quindi-sono, decidere di sottrarsi spontaneamente al giudizio della società e abbandonare ogni pretesa di apparenza. Ciò che i personaggi del libro mettono in dubbio, l’ho messo in dubbio anche io nella realtà. Cercare di rispondere a questa domanda porterà Lucio, Dont, Remo e Gerom a conseguenze estreme. 

Personalmente mi sono domandato spesso cosa fosse il senso della vita, in particolar modo della mia. Non sono certo di avere al momento una risposta concreta da dare, ma ritengo che un qualche genere di senso possa essere l’atto stesso dello scegliere di vivere e il coraggio che bisogna trovare, prima o poi, per affrontare tutto ciò che succederà nel corso di un’intera esistenza, per il nostro bene e per quello delle persone che ci sono accanto”. 

Come ha conosciuto la WritersEditor e come si è costruita la strategia di marketing attorno al suo libro?

“Ho conosciuto la WritersEditor tramite un post su Facebook. Essendo io romano e la casa editrice con sede a Roma, mi è sembrata una buona cosa provare ad inviargli il mio manoscritto. Mi hanno risposto dopo breve tempo con la valutazione del mio romanzo e una proposta editoriale, da lì è cominciato tutto. La strategia di marketing de Il Club degli Anonimi è ruotata, almeno nella prima fase, intorno alla campagna pre-order del libro; è stata una cosa nuova per me, che nelle precedenti esperienze editoriali non avevo partecipato in maniera così attiva alla promozione del libro ancor prima della sua effettiva uscita. È un modo interessante di generare attenzione intorno al romanzo e al suo autore, creando aspettativa e dando la possibilità alla casa editrice di programmare il piano marketing, anche a seconda dei risultati ottenuti. Una volta conclusa con buon esito, è iniziata una nuova fase di promozione: l’hashtag #EntraNelClub diffuso tramite i canali social della WritersEditor e il booktrailer creato ad hoc per il romanzo sono alcuni esempi della campagna marketing realizzata per Il Club degli Anonimi”.

Consiglierebbe la WritersEditor a nuovi scrittori? Se sì, quali sono i punti forza di questa casa editrice?

“La WritersEditor è molto attiva con i social-media; le campagne pre-order si svolgono principalmente online, così come buona parte della promozione dei libri, che viene gestita in collaborazione con gli autori. Si occupa dell’editing dei testi, dell’impaginazione, delle grafiche di copertina delle proprie pubblicazioni, organizza rassegne stampa e interviste agli autori. È una casa editrice innovativa e al passo con i tempi e mi sento di consigliarla a quegli scrittori pronti a mettersi in gioco e sfruttare le possibilità offerte dai nuovi mezzi di comunicazione multimediali”. 

Isa Pistoia