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Gotico-Horror: episodio 1 Il castello di Otranto di Horace Walpole

Benvenuti a tutti in questo spazio che vi accompagnerà settimanalmente attraverso le curiosità e le stranezze che fanno del mondo legato alla lettura una vera e propria fonte di conoscenza. 

Mese per mese vi accompagnerò alla scoperta di testi, leggende e vicende editoriali che hanno caratterizzato la storia del libro e, di conseguenza, quella di tutti noi.

Ho deciso di suddividere la rubrica proponendovi incontri tematici che andrò a presentarvi all’inizio di ogni mese nel tentativo di creare dei brevi percorsi all’interno delle più disparate aree legate al mondo della letteratura, tentando di attirare la vostra attenzione su questioni meno note e piccoli particolari a cui solitamente non facciamo caso, presi dalla frenesia dell’incalzante ritmo quotidiano.

Insomma, quello che ho intenzione di fare in questo mio piccolo salottino immaginario, è di sedermi in mezzo a voi per raccontarvi quale meraviglioso e curioso mondo si nasconde dietro alla più semplice e fredda carta stampata o file digitale: un universo fatto di suggestioni, di leggende, di luoghi reali e non solo, storie travagliate e intenti disattesi. 

Tutto questo fa del libro un essere animato capace di raccontare la propria storia. 

Che appartenga al passato o al presente non ha alcuna importanza, perché dietro a un libro c’è un uomo con tutto il suo mondo e la sua esistenza nel mondo.

Ciò che vorrei lasciarvi sono brevi spunti di riflessione e sensazioni che spero vi guideranno verso una lettura più consapevole ed emozionante.

A tal proposito, dato che ci troviamo nel bel mezzo del mese dedicato all’Horror e al Gotico, non avrei potuto iniziare con nient’altro che Il castello di Otranto di Horace Walpole.

«Un mattino, all’inizio dello scorso giugno, mi svegliai da un sogno di cui riuscivo soltanto a ricordare che m’era parso di trovarmi in un antico castello, e che sul pianerottolo più elevato di un grande salone avevo visto una mano gigantesca, rivestita d’un’armatura. La sera stessa sedetti a tavolino e cominciai a scrivere».

Queste parole sono esattamente quelle che Walpole indirizzò all’amico e reverendo William Cole nel 1765: era la genesi de Il castello di Otranto. 

Scaturito da un sogno e da un ricordo portato dentro dall’epoca di quel Grand Tour europeo che l’autore compì in giovane età, questo romanzo nasconde gli echi di quelle terribili leggende che gli abitanti della zona raccontano, ancora oggi, a chiunque si dimostri curioso di sapere e abbia voglia di fermarsi e ascoltare. 

Io stessa rimasi incantata difronte a un’anziana donna del paese intenta a raccontare una di queste incredibili storie che ti entrano dentro lentamente facendoti provare una sensazione strana, come un brivido lungo la schiena, come se qualcuno o qualcosa stesse seguendo i tuoi passi mentre ti aggiri curioso tra le stanze di quel nudo castello. 

Che sia pieno giorno, ai fantasmi, agli spiriti non importa perché quella è la loro casa.

Una figura sembra abitare le spoglie stanze dell’imponente fortezza.

Potrebbe essere lo spirito di Teresia di Azvego, nobildonna amatissima dal Prefetto Don Francisco de la Serna y Molina, abbandonata dall’amato che avrebbe dovuto sorvegliarne la tomba ricavata in una delle pareti della Cappella degli spagnoli affrescata, ma solo per una parte, a causa della rapida fuga del prefetto a seguito della caduta del regno di Napoli.

Correva l’anno 1707 quando la donna morì improvvisamente e Don Francisco decise di apporre sulla lapide un epitaffio scritto di suo pugno; la promessa di un amore eterno.

Qui giace esempio di pudore

dea di bellezza

archetipo di onestà

(che dolore doverlo dire)

Donna Teresia di Azvego

figlia di eroi spagnoli

morta il 7 marzo 1707

A lei amatissima il suo amatissimo vir Don Francisco de la Serna y Molina

proprietario e Prefetto di questo regio castello

Così in terra come in cielo

promette di seguire la sua moglie degnissima

e così dice e così spera mentre lei spira

Lo spirito della Madonna castellana non è però l’unico essere soprannaturale che sembra aggirarsi attorno al castello infatti, nelle calde notti di agosto, nei pressi dei bastioni, l’aria vibra al passaggio di un’ombra: un cavaliere senza testa agita nell’aria la propria spada. 

Nell’agosto del 1480 Otranto cadde nelle mani dei turchi musulmani, troppo numerosi e meglio armati dei cristiani spagnoli, fedeli sudditi del re di Napoli Alfonso d’Aragona.

Morirono in molti in quella battaglia e, tra questi, il luogotenente Giulio Antonio Acquaviva di Conversano a cui venne mozzata la testa. Evento di poco conto per un soldato pronto a seminare morte e terrore con, o senza, testa fino a sparire nelle campagne ancora ben saldo alla propria cavalcatura.

Cadde a terra esanime, ma solo una volta giunto nel vicini paese di Stefania dove gli abitanti ne ricomposero le spoglie per adagiarle all’interno della Chiesa Maggiore.

Sono queste le leggende che guidarono Walpole nella stesura di un romanzo, capostipite di un nuovo genere letterario – il Gotico –, che lui stesso disconobbe nella prima edizione del 1764 per timore delle conseguenze che un romanzo così sperimentale avrebbe potuto causare all’antiquata società inglese dell’epoca.

Stanco delle solite storie di fantasia intrise di soprannaturale, Walpole realizzò una mescolanza tra vecchio e nuovo dando vita a un genere che affonda le sue radici nella realtà quotidiana dove gli elementi paranormali appaiono in misura molto limitata e in cui la tensione viene mantenuta viva dalle inquietanti atmosfere ricreate utilizzando oggetti reali destinati, fino a quel momento, ad essere impiegati solo in poesie e ballate: massicce fortezze dagli imponenti torrioni, stanze buie e abitate da oscure presenze, passaggi segreti e giganteschi elmi piumati o mani guantate sospese a mezz’aria. 

Era questa l’atmosfera che Walpole decise di ricreare al meglio già dall’introduzione alla prima edizione, estraniandosi dalla vicenda e lasciando la parola a un immaginario William Marshall, il quale, dopo aver trovato in una biblioteca nel nord dell’Inghilterra un manoscritto proveniente dal Regno di Napoli  e risalente al 1529, decise di tradurlo portando alla luce questo cupo racconto.

«Manfred, principe di Otranto, aveva un figlio e una figlia: quest’ultima, una bellissima giovinetta di diciotto anni, si chiamava Matilda. Conrad, il figlio, di tre anni più giovane, era bruttino e malaticcio, di indole per nulla promettente; eppure era il prediletto del padre, che non mostrava mai alcun segno di affetto per Matilda. Manfred aveva promesso Conrad alla figlia del marchese di Vicenza, Isabella; ed ella era già stata affidata dai suoi tutori alle cure di Manfred, di modo che egli potesse far celebrare il matrimonio, non appena il malfermo stato di salute di Conrad l’avesse permesso. I familiari e i vicini di Manfred notarono la sua impazienza di far celebrare il rito. I primi, in verità, temendo il carattere violento del principe, non osarono esprimere i propri sospetti su questa precipitazione. Hippolita, sua moglie, un’amabile gentildonna, ebbe talvolta l’ardire di dipingergli il pericolo di far sposare così presto il loro unico figlio, data la sua estrema giovinezza, e le ancor maggiori infermità; ma non ricevette mai altra risposta che dei rimproveri sulla sterilità di lei, che gli aveva dato soltanto un erede. Vassalli e sudditi erano meno cauti nei loro discorsi: essi attribuivano questo affrettato matrimonio al timore del principe di vedere avverarsi un’antica profezia, che si diceva avesse decretato che Il castello e la signoria di Otranto sarebbero venuti a mancare all’attuale famiglia, quando l’autentico possessore fosse divenuto troppo grande per abitarvi. Era difficile dare un senso a questa profezia, e ancor meno facile immaginare cosa avesse a che fare con il matrimonio in questione. Eppure questi misteri, o contraddizioni, non impedivano al popolo di restare della propria opinione.»

Questo breve passaggio non è che l’incipit di una vicenda che promettere di essere, se non terrificante per noi contemporanei abituati a ben altro genere di orrori, quantomeno bizzarra e disturbante. 

Vi lascio con un’ultima curiosità: nel 1747 Walpole affittò la casa di Strawberry Hill – nel sobborgo londinese di Twickenham. 

Due anni più tardi,  dopo esserne diventato il proprietario, iniziò ad apportare notevoli modifiche allo stabile fino a farne un piccolo castello gotico.

Sperando di avervi incuriosito, e un po’ inquietato, vi rimando al prossimo appuntamento con la rubrica Fatti letterari: Gotico-Horror

Noemi Veneziani