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Fiamme alla Opernplatz

«Dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli esseri umani» – Heinrich Heine, Almansor, 1821

Gente di Dublino di James Joyce

Ieri, martedì 16 giugno 2020, in tanti paesi e tante città del mondo si è festeggiato il Bloomsday[1], la giornata dedicata a James Joyce e al suo personaggio più celebre: Leopold Bloom.

Protagonista del colossale romanzo intitolato Ulisse, Bloom non è altro che un giovane uomo dublinese dell’epoca edoardiana che si diletta a girovagare per le strade della città incontrando numerosi personaggi e vivendo una miriade di sensazioni e di emozioni differenti, tutte nell’arco di una singola giornata, il 16 giungo 1904.[2]

James Joyce in una fotografia scattata il 13 January 1941
James Joyce in una fotografia scattata il 13 January 1941

Prima di proseguire, fermiamoci a pensare per qualche minuto: quale personaggio protagonista di un altro celebre romanzo vi ricorda Leopold Bloom e il suo incessante errare per le vie di una grande città?

Ebbene sì, proprio lei, la Clarissa Dalloway[3] ai di cui pensieri viene dato spazio e voce grazie all’abile penna di un’altra scrittrice modernista contemporanea di Joyce, Virginia Woolf.

Per l’uno come per l’altra, seppur con stili e modalità differenti, per la scrittura è giunto il momento di mutare la propria funzione descrittiva dell’azione e di ciò che accade ed esiste fuori dal personaggio a favore di una visione interiore e dell’espressione di sensazioni e sentimenti che il mondo esterno suscita nell’individuo che viene a contatto con esso tramite i propri sensi.

Per lo scrittore irlandese però, esiste anche un altro modo, oltre a quello del dialogo interiore, per riuscire a far entrare in contatto il lettore con la dimensione interna del personaggio: il dialogo, forma narrativa ampliamente utilizzata nella raccolta di racconti di cui vorrei parlarvi quest’oggi in relazione al rogo di libri avvenuto alla Opernpaltz di Berlino il 10 maggio 1933.

La raccolta in questione s’intitola Gente di Dublino (o Dubliners) ed è la prima opera apparsa sul mercato scritta da James Joyce ma firmata – almeno inizialmente – con lo pseudonimo di Stephen Daedalus.

Composti tra il 1904 e il 1907, i 15 racconti protagonisti di questa pubblicazione hanno dovuto affrontare diverse difficoltà prima di poter essere resi disponibili al grande pubblico.

Uomo tenace e dalla mente tormentata dalla situazione di stallo e d’immobilità in cui versa il proprio Paese, nel 1905, Joyce decide di contattare l’editore londinese Grant Richards, il quale risponde in modo affermativo alla richiesta del giovane scrittore riservandosi però del tempo per riflettere e per discutere in merito ad alcune divergenze linguistiche presenti nel racconto intitolato Due ragazzi intraprendenti.

Testardo e poco incline ai cambiamenti suggeriti da altri alla propria prosa, Joyce lascia in sospeso le trattative e, nel 1909, firma un contratto con l’editore dublinese Maunsel che però, dopo aver fatto stampare la raccolta in 1000 copie, decide di bruciare all’istante l’intera partita.

Nulla di fatto perciò per l’intraprendente Joyce che, nel frattempo, continua a scrivere portando a compimento gli ultimi due racconti che entrano a far parte della raccolta quando, nel 1914, l’editore Richards ci ripensa e propone la pubblicazione di 1250 copie di cui 120 da acquistare a spese dell’autore. Joyce accetta e il libro entra finalmente in circolazione.

«Questa volta per lui non c’era speranza: era il terzo attacco. Una sera dopo l’altra, passavo davanti alla casa (era il periodo delle vacanze) e osservavo il riquadro illuminato della finestra: e tutte le sere la luce era la stessa, fioca, sempre uguale.»[4]

È questo l’incipit tratto dal primo racconto, intitolato Le sorelle, un inizio lugubre che mette immediatamente in contatto il lettore con un mondo fermo, scuro, morto e lo fa utilizzando un elemento narrativo che anche nella letteratura di Virginia Woolf assume un’importanza fondamentale: la finestra.

Per mezzo di questo elemento, i personaggi di Joyce posso vedere ciò che accade dentro a una casa o scrutare l’orizzonte restando fermi con il corpo, impossibilitati a qualsiasi movimento, ma abili con la mente di andare lontano e liberarsi dalle rigide catene che spesso sono loro stessi ad assicurarsi alle caviglie.

Ecco dunque che il mare, elemento naturale comunemente associato all’avventura e a una sensazione di pericolo, si trasforma e diventa portatore di speranza di una nuova vita che nessuno ha mai il coraggio d’intraprendere, così come accade alla giovane e triste fanciulla protagonista di uno dei racconti più celebri di Joyce, Eveline.

«Stava seduta vicino alla finestra, a guardare le ombre della sera che calavano sul viale. Con la testa appoggiata contro le tendine, aveva nelle narici l’odore del cretonne polveroso. Era stanca.»[5]

Eppure, nonostante la stanchezza e il dolore provocato dall’immobilità, nessuno di quei piccoli uomini e quelle piccole donne dublinesi riesce a spezzare i vincoli che una religione promotrice di una rigida morale e la corrotta politica irlandese hanno saputo sapientemente costruire nel corso del tempo.

I personaggi cerati da Joyce, però, pensano e osservano il mondo esterno – descritto con dovizia di particolari – per arrivare al momento della presa di coscienza della loro misera, situazione da cui si accorgono, quasi immediatamente, di non poter fare a meno per propria ‘scelta’.

Attraverso questo meccanismo di ‘epifanie’, gli uomini e le donne narrate da Joyce si rendono conto di essere ‘spiritualmente deboli’ di fronte a una vita rubata a ciascuno di loro che, fermo e immobile, non riesce davvero a comprendere cosa significhi vivere liberamente la propria vita.

«Non aveva compagni né amici, non apparteneva a nessuna chiesa, non professava alcun credo. Conduceva la sua vita spirituale senza rapporti con il prossimo, andava a visitare i suoi parenti a Natale, e quando morivano li accompagnava al cimitero. Assolveva a questi due obblighi sociali in omaggio a un tradizionale rispetto della forma, ma non faceva altre concessioni alle convenzioni che regolano la vita civile. Si concedeva di immaginare che in determinate circostanze avrebbe potuto benissimo rubare alla banca, ma dato che queste circostanze non si erano mai presentate, la sua vita scorreva via senza scosse, come un racconto senza avventure.

[…]Evidentemente lei doveva essere uno di quegli esseri inadeguati alla vita, senza forza di volontà, facili prede delle abitudini, uno dei tanti rottami umani sui quali si fonda la civiltà attuale»[6]

Per imparare che cosa sia questa complicata macchina del tempo che noi chiamiamo esistenza, bisogna avere il coraggio di andare via, di muoversi, di uscire da quell’eterno torpore e cercare ciò che si desidera altrove, così come anche Joyce e Nora (la moglie) hanno fatto quando, il giorno 8 ottobre 1904, hanno deciso di comune accordo di andare in esilio volontario e stabilirsi per un lungo periodo di tempo nella città di Trieste che porta, ancora oggi, i segni del passaggio di questo grande artista.[7]

Condannato alle fiamme perché promotore di idee contrarie alla religione e alla morale, Gente di Dublino arriva in Italia in quello stesso 1933 grazie all’editore Dall’Oglio e alla curatela di Annie e Adriano Lami che lavorano per la collana I corvi.

Prima edizione italiana di Gente di Dublino anno 1933
Prima edizione italiana di Gente di Dublino anno 1933

Come per La morte a Venezia di Thomas Mann, anche per Gente di Dublino devo ammettere che ho avuto qualche indecisione prima d’immergermi nella lettura convinta che mi sarei trovata di fronte una scrittura complicata, ostica e invece così non è stato, anzi, dopo il primo racconto, la lettura si è fatta sempre più fluida proprio come i fotogrammi di in un film in cui la telecamera è impegnata nella ripresa di più scene girate una dietro l’altra e aventi come protagonisti la gente comune che affolla le strade di una Dublino di primo Novecento.

Anche nel caso specifico, come per i romanzi che abbiamo analizzato fino a questo momento e che andremo a leggere nelle prossime due puntate, per tutti gli anni in cui è rimasta attiva la censura di stato perpetrata dai nazisti, l’Europa continentale si è privata di un’importante opera in cui un uomo, un grande osservatore, ha voluto raccontare piccole storie di piccoli uomini della sua città e della sua tanto amata Irlanda intrappolata in una rigida morale legata alla religione cattolica da cui anche Joyce si è presto allontanato perdendo parte della sua famiglia contraria alle idee di quel figlio così rivoluzionario e tormentato.

Morto il 13 gennaio 1941 a causa di un quadro clinico sempre più precario, oggi Joyce è uno degli autori appartenenti alla letteratura anglosassone più studiati e apprezzati in tutto il mondo.


[1] Il primo Bloomsday viene festeggiato il 16 giugno 1950 quando, un gruppo d’intellettuali inglesi, per celebrare i 30 anni dalla pubblicazione di Ulisse, decidono di ripercorrere l’itinerario battuto da Leopold Bloom nel celebre romanzo

[2] In quello stesso 16 giungo 1904, un giovane Joyce incontra per la prima volta una bella cameriera di Galway che risponde al nome di Nora e che diventa, di lì a poco, la sua compagna di vita

[3] Protagonista del celebre romanzo Mrs Dalloway pubblicato, per la prima volta, nel 1925 dalla Hogarth Press, la stessa casa editrice fondata da Virginia e Leonard Woolf

[4] Le sorelle, Gente di Dublino, James Joyce, Trad di Marco Papi ed Emilio Tadini, I grandi libri, Garzanti, ottobre 1993

[5] Eveline, Ibid

[6] Un caso pietoso, Ibid

[7] Dal 16 giugno 2004, ogni anno, Trieste festeggia il Bloomsday organizzando numerosi eventi, letture e proiezioni. Di quell’anno, è inoltre l’inaugurazione del Museo Joyce sempre della città di Trieste

Link utili:

«Dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli esseri umani» – Heinrich Heine, Almansor, 1821. Bücherverbrennungen: il rogo dei libri

«Dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli esseri umani» – Heinrich Heine, Almansor, 1821. Il processo di Franz Kafka

«Dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli esseri umani» – Heinrich Heine, Almansor, 1821. La morte a Venezia di Thomas Mann

«Dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli esseri umani» – Heinrich Heine, Almansor, 1821. Lo scannatoio di Émile Zola

The Dead – Gente di Dublino: Film diretto da John Huston nel 1987 (in inglese con sottotitoli)

Dubliners: audioletture in lingua inglese promosse dal Chapter Vox

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