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Rogo 10 maggio 1933

«Dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli esseri umani» – Heinrich Heine, Almansor, 1821

Addio alle armi di Ernest Hemingway

Per il quarto e ultimo appuntamento con la rubrica dedicata ai libri bruciati nel rogo di Berlino del 10 maggio 1933, ho deciso di parlarvi di un romanzo di cui, in realtà, ho già avuto modo di occuparmi alcuni mesi fa quando, per un progetto parallelo a questa rubrica, mi sono dedicata allo studio di alcune traduzioni di autori americani arrivati nel nostro Paese grazie all’opera di Fernanda Pivano, figura di fondamentale importanza all’interno del panorama letterario italiano del Novecento.

Proprio per la sue opere di traduzione portate a termine nonostante la censura entrata in vigore con l’esplosione della seconda guerra mondiale, Pivano viene più volte arrestata e interrogata dalla milizia nazista.

È il 1943 e alla ventiseienne Fernanda non importa nulla di quelle regole così sciocche e nocive per la salute mentale del Paese; i libri, che lo Stato ha iniziato a definire “pericolosi” perché controcorrente rispetto alle idee del partito in carica, non possiedono, in realtà, nessuna caratteristica per dover essere proibiti al grande pubblico.

Tra questi, uno in particolare, fa palpitare in cuore della giovane traduttrice quando si trova alle prese con il manoscritto di un grande uomo che avrebbe incontrato da lì a poco tempo in uno chalet di Cortina: lui è Ernst Hemingway, il romanzo, Addio alle armi, pubblicato negli Stati Uniti il 27 settembre 1929 e bruciato alla Opernplatz di Berlino il 10 maggio 1933 a causa delle idee ivi espresse contrarie alla guerra che imperversa prepotente in tutta Europa.

Premio Pulitzer nel 1953 e Premio Nobel per la letteratura nel 1954 con il romanzo Il vecchio e il mare, Hemingway muore suicida nella sua casa domenica 2 luglio 1961 con un colpo di fucile che lui stesso si è puntato alla testa, stanco della propria vita ormai completamente persa a causa delle numerose malattie che, nel corso del tempo, hanno minato la sua salute e che, per ultimo, lo hanno privato anche dei suoi ricordi più belli.

Ernst Hemingway in una fotografia del 1957
Ernst Hemingway in una fotografia del 1957

La vicenda narrata in Addio alle armi racconta la storia di un amore corrisposto ma lasciato in sospeso, la storia di un soldato americano volontario al fronte italiano, la storia di una città – Milano – come noi oggi non riusciremmo nemmeno a immaginarla, la storia di una nazione che ne ha abbastanza della guerra.

È tutto questo a infastidire i nazisti e il governo italiano che si rifiuta di pubblicare l’opera fino all’aprile del 1945, quando la casa editrice Jandi Sapi di Roma decide di fare uscire il romanzo con il titolo Un addio alle armi per la collana Le Najadi nella traduzione di Bruno Fonzi.

«“Non la si vince la guerra con le vittorie […] Bisogna che gli austriaci smettano di combattere. O da una parte o dall’altra bisogna smettere di combattere. E perché allora non smettere noi? Lasci che vengano in Italia. Poi si stancano e se ne vanno. Hanno un paese anche loro. Ma no, ecco che invece bisogna continuare la guerra!”

“Sei un oratore?”

“Ragioniamo anche noi, leggiamo anche noi. Non siamo dei contadini. Siamo dei meccanici. Ma perfino i contadini credono in qualche cosa meglio della guerra. Tutti la odiano la guerra.”

“Soltanto al governo c’è una classe che non capisce e non capirà mai niente. Ecco il motivo della guerra” disse un altro.»[1]

Frederic Henry è un giovane americano che, travolto dall’ondata di entusiasmo per la possibilità di partecipare al primo conflitto mondiale in atto ormai da quattro anni nel cuore dell’Europa, decide d’imbarcarsi volontario sulla nave che lo avrebbe condotto in Italia per prestare servizio al fronte come volontario della Croce Rossa.

Una volta giunto sul posto, Frederic fa di tutto per riuscire ad arrivare a prestare soccorso alle prime linee in trincea ma, dopo essere riuscito nel suo intento, viene accidentalmente ferito a una gamba durante il recupero di un soldato italiano mortalmente colpito dalle schegge di un ordigno proveniente dalle linee nemiche.

Dopo aver comunque portato a termine l’impresa con un discreto successo, il giovane viene caricato su un’autoambulanza per essere trasportato all’ospedale americano, da poco inaugurato, a pochi passi dal Duomo di Milano.

La città che lui descrive è una Milano del 1917 avvolta dalla nebbia e dalle soffuse luci di bar e ristoranti in cui la gente si ritrova per trascorrere insieme le ore che la vita concede allo svago.

«Arrivammo a Milano la mattina presto e ci scaricarono allo scalo merci. Un’ambulanza mi condusse all’ospedale americano. Andando in ambulanza coricato sulla barella non riuscivo a capire in che parte della città stessi passando, ma quando scaricarono la barella vidi la piazza di un mercato e una bottiglieria aperta con una ragazza che spazzava. […] C’erano le rotaie dei tram e più in là la cattedrale. Era bianca e umida nella nebbia. Sulla nostra sinistra c’erano i negozi con le vetrine accese, e l’ingresso della Galleria. […] Più tardi, quando potei uscire con le stampelle, andavamo a cena al Biffi o al Gran Italia e sedevamo sui tavolini all’aperto della Galleria. […] Capivamo bene il Cova, che era comodo e caldo e non troppo vivamente illuminato, e rumoroso e pieno di fumo a certe ore e c’erano sempre ragazze ai tavoli e giornali illustrati su una rastrelliera appesa al muro. Le ragazze del Cova erano molto patriottiche, e io scoprii che in Italia le persone più patriottiche erano le ragazze ai caffè, e credo che lo siano ancora.»[2]

Quando Frederic arriva a destinazione viene accolto da un piccolo gruppo di infermiere particolarmente premurose nei confronti dei pochi pazienti affidati alle loro cure ed è così che il giovane fa la conoscenza dell’inglese Catherine Barkley.

Di qualche anno più grande rispetto al tenente Henry, ella non lascia trascorrere troppo tempo prima di cadere vittima del corteggiamento di lui accettando di chiudere un occhio – a volte anche due – quando le altre infermiere si adirano con il convalescente birichino che nasconde bottiglie di alcolici tra le lenzuola o sotto al proprio letto grazie all’opera di alcuni simpatici complici.

Al contrario delle colleghe vittime della collera più nera per le scorrerie del bel giovane, Catherine offre di buon grado il proprio braccio al convalescente durante le “passeggiate riabilitative” tra le vie del centro cittadino immerso nell’oscurità della sera.

Il momento, nonostante il dolore provocato dalla ferita in fase di guarigione sia sempre stato presente in forma piuttosto acuta, trascorre sereno fino a quando la vita decide di farsi beffe di quel misero burattino rispedito al fronte, questa volta al basso Piave, dove, durante la battaglia di Caporetto del 24 ottobre 1917, l’esercito italiano cade sotto l’irruenza nemica disgregandosi in una massa di uomini in ritirata da una guerra che non gli è mai appartenuta.

In quel giorno, le camionette della Croce Rossa, poco lontano dalla linea della trincea, vengono travolte da soldati semplici e graduati intenti a mettersi in salvo dirigendosi verso il Tagliamento dove molti di loro avrebbero trovato la morte a causa di posti di blocco istituiti dalla polizia di Stato con l’ordine di sparare a vista a tutti gli ufficiali e i tenenti ammutinati.

Anche Frederic è tra questi ma gettandosi nel fiume riesce a eludere il posto di blocco. Purtroppo però è stato riconosciuto e per questo deve affrettarsi, trovare un rifugio sicuro per sé e per Catherine – la quale, nel frattempo, scopre di essere rimasta incinta – prima che le guardie trovino lui.

Raggiunta l’amata nella località di Stresa, i due riescono ad avere qualche momento sereno ma la pace dura poco e l’unica soluzione è tentare la traversata del Lago Maggiore fino a raggiungere le coste svizzere, luogo in cui sperano di essere finalmente al sicuro.

Durante il viaggio tutto sembra filare liscio ma, una volta arrivati a terra e trovato un comodo alloggio, la vita, che non si stanca mai di giocare con il destino delle proprie pedine, sembra volersi prendere gioco ancora una volta del giovane rifugiato condannandolo alla solitudine in un freddo inverno dopo aver appreso della morte dell’amata e del figlio dato alla luce già privo di vita.

Finisce così il tragico racconto che Hemingway redige non appena rientrato negli Stati Uniti poco tempo dopo la fine della prima guerra mondiale, riversando sulle pagine tutto il dolore e la fatica che egli stesso ha potuto vedere nei volti dei soldati italiani che intorno a lui combattevano spaventati ed esausti.

Addio alle armi, 1965, Oscar Mondadori
Addio alle armi, 1965, Oscar Mondadori

«Questo si faceva. Si moriva. Non si sapeva di cosa si trattasse. Non si aveva mai il tempo di imparare. Si veniva gettati dentro e si sentivano le regole e la prima volta che vi acchiappavano in fallo vi uccidevano.»[3]

La guerra che esce da questo romanzo è percepita e descritta come un atto disumano che condanna a morte giovani e anziani spesso del tutto ignari delle cause che li hanno condotti a imbracciare le armi o, ancora peggio, contrari alle idee che condannano gli Stati a scontrarsi.

Dall’altra parte, ci insegna Hemingway, nemmeno la vita perdona, nemmeno la vita fa lo sforzo di venire incontro all’uomo ferito, al soldato che volontariamente ha dato al proprio Paese ciò che ha di più caro per una causa che nemmeno gli appartiene.

Basato sull’esperienza del suo autore, Addio alle armi, ricorda a Hemingway l’esperienza da lui vissuta quando, nel 1918, viene assegnato come volontario alla divisione sul fronte italiano orientale.

Emozioni forti, una vita appassionante; è questo ciò che il giovane Hemingway sta cercando tentando di farsi assegnare incarichi che lo portino sempre più vicino alla linea del confine e ci riesce ottenendo, prima un posto di istanza a Gorizia, poi alla riva del basso Piave come assistente di trincea addetto alla distribuzione dei generi di conforto ai soldati delle prime linee.

Su quel fronte, tra l’8 e il 9 luglio, esplode però una bombarda austriaca che getta schegge dovunque lasciando al suolo un soldato italiano che attira l’attenzione del giovane volontario che non esita a soccorrerlo scoprendosi alle linee nemiche da cui viene sparato il colpo di mitraglia che lo colpisce a una gamba.

A causa della brutta ferita riportata, Ernst viene ricoverato all’ospedale americano dove conosce un’infermiera statunitense di origini tedesche, Agnes von Kurowsky, di qualche anno più grande di lui.

Trascorsi i tre mesi di convalescenza, nel frattempo, anche la guerra era giunta al termine e Hemingway, con il suo carico di emozioni, fa ritorno in patria, solo, nonostante la solenne promessa di Agnes.

Dopo questa esperienza così forte e significativa, Ernst prosegue sul cammino della propria esistenza con l’intento di descrivere la vita nel suo tragico svolgersi e lo fa in una maniera del tutto nuova, vivendo in prima persona le guerre e le atrocità che questa perfida madre riserva ai proprio sciocchi figli.

Divenuto presto uno scrittore di successo, Hemingway conduce la sua vita sempre al massimo delle proprie capacità facendo fronte anche a un’esperienza personale in precario equilibrio a causa di una salute che con gli anni si è fatta sempre più cagionevole e di una situazione familiare piuttosto incerta in cui mogli e amanti si alternano come in un balletto.

Credo non ci sia modo migliore di questo per sintetizzare l’intera vita e l’intera opera di un così grande scrittore come è stato Ernst Hemingway se non ascoltare le sue stesse parole:

«C’era qualcuno che diceva sempre, perché questo tale è così preoccupato e ossessionato dalla guerra, e ora dal 1933 forse è chiaro perché uno scrittore debba interessarsi al continuo, prepotente, criminale, sporco delitto che è la guerra. Siccome di guerre ne ho fatte troppe, sono certo di avere dei pregiudizi, e spero di avere molti pregiudizi. Ma è persuasione ponderata dello scrittore di questo libro che le guerre sono combattute dalla più bella gente che c’è, o diciamo pure soltanto dalla gente, per quanto, quanto più ci si avvicina a dove si combatte e tanto più bella è la gente che si incontra; ma sono fatte, provocate e iniziate da precise rivalità economiche e da maiali che sorgono a profittarne.

Sono persuaso che tutta la gente che sorge a profittare della guerra e aiuta a provocarla dovrebbe essere fucilata il giorno stesso che incomincia a farlo da rappresentanti accreditati dei leali cittadini che la combatteranno.»[4]

Noemi Veneziani


[1] Addio alle armi, Ernest Hemingway, trad. di Giansiro Ferrata, Dante Isella e Puccio Russo, Gli Oscar, Mondadori, 1978

[2] Addio alle armi, ibid.

[3] Addio alle armi, Ernest Hemingway, trad. di Giansiro Ferrata, Dante Isella e Puccio Russo, Gli Oscar, Mondadori, 1978

[4] Addio alle armi, Ernest Hemingway, trad. e postfazione di Fernanda Pivano, Mondadori, 2007

Link utili:

«Dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli esseri umani» – Heinrich Heine, Almansor, 1821. Bücherverbrennungen: il rogo dei libri

«Dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli esseri umani» – Heinrich Heine, Almansor, 1821. Il processo di Franz Kafka

«Dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli esseri umani» – Heinrich Heine, Almansor, 1821. La morte a Venezia di Thomas Mann

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