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«Dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli esseri umani» – Heinrich Heine, Almansor, 1821

La morte a Venezia di Thomas Mann

Il primo romanzo di cui voglio parlarvi in relazione al rogo avvenuto nella Opernplatz di Berlino il 10 maggio 1933, e di cui abbiamo trattato approfonditamente nello scorso appuntamento, è La morte a Venezia scritto, nel 1912, dall’autore tedesco Thomas Mann, premio Nobel per la letteratura nell’anno 1929.

È la prima volta che mi avvicino alla lettura di questo autore per il quale ho sempre provato una sorta di timore reverenziale data la sua grandezza intellettuale e credo che non avrei potuto scegliere un’opera migliore di questa per iniziare a comprendere quali potessero essere state le tracce che i nazisti hanno sperato di cancellare per sempre gettando tra le fiamme uno dei romanzi più intensi con cui io mi sia mai confrontata.

Inizialmente, devo essere sincera, la lettura di questo esile scritto mi è risultata un po’ difficile specialmente dal momento che la mia attenzione era inevitabilmente concentrata alla ricerca di quei piccoli elementi “proibiti” dal regime. Così era la mia condizione fino al momento in cui ha fatto la sua comparsa sulla scena il giovane Tadzio.

In quel momento è cambiato tutto e la scrittura penetrante di Mann è stata in grado di farmi comprendere cosa si nascondesse dietro a un’ammirazione tanto profonda nei confronti di un giovane uomo così perfetto da riuscire a incarnare quell’ideale di bellezza e perfezione che il vecchio scrittore, protagonista e voce narrante dell’opera di Mann, andava cercando da tutta la vita.

Thomas Mann attorno al 1929
Thomas Mann attorno al 1929

«Il primissimo giorno nella sala da pranzo, vedemmo la famiglia polacca, che appariva esattamente nel modo in cui la descrisse mio marito: le ragazze erano vestite in modo abbastanza convenzionale ed austero, e il bellissimo e affascinante ragazzino di tredici anni indossava un vestito alla marinara con colletto aperto e merletti molto graziosi. Attirò immediatamente l’attenzione di mio marito. Quel ragazzo era straordinariamente attraente, e mio marito lo osservava in continuazione con i suoi compagni sulla spiaggia. Non lo seguì per tutta Venezia – questo non lo fece – ma il ragazzo lo affascinò, e pensava spesso a lui…»[1]

È così che avviene quando l’autore incontra per la prima volta il giovane barone Wladyslaw Moes[2], allora appena undicenne, durante una vacanza in laguna in compagnia della moglie, Katia, nella primavera del 1911.

«Egli entrò dalla porta a vetri e attraversando in diagonale la saletta silenziosa venne al tavolo delle sorelle. Il suo incedere, tanto per il portamento del busto quanto per il movimento dei ginocchi e il passo dei piedi calzati di bianco, era di una grazia straordinaria, molto leggero, delicato e superbo insieme, e abbellito ancora dalla timidezza infantile con la quale egli cammin facendo alzò e abbassò due volte gli occhi volgendo il viso verso la sala. Sorridente, con una parola a mezza voce nella sua lingua fluida e dolce, egli sedette al suo posto; e soprattutto ora, vedendolo nettamente di profilo, Aschenbach fu colpito da meraviglia e quasi da sgomento per la bellezza veramente divina del giovane mortale. Oggi il ragazzo portava una blusa leggera di cotone a righe bianche e azzurre, con un fiocco rosso sul petto, chiusa al collo da un semplice solino bianco diritto.»

Noterete di certo una somiglianza tra le due scene di vita vissuta; l’una da Mann in persona, l’altra dal vecchio Aschenbach.

Giovane, bello, leggero.

Aschenbach non avrebbe potuto sperare di trovare una delizia migliore per i propri vecchi occhi andati in cerca di riposo dopo essere rimasto vedovo e vittima solitaria dei dolori al cuore che lo affliggono ormai da tempo.

È l’anno 19… così recita Aschenbach per mano del suo autore nell’incipit della narrazione tuttavia, poco importa al lettore conoscere con precisione l’anno in cui si svolge la tragica vicenda che si apre con il desiderio del vecchio scrittore di recarsi in una zona mediterranea in cui corpo e mente possano giovare del tempo mite e ricco di salsedine.

Dopo una falsa partenza per Pola, cittadina dell’Istria situata all’estremo confine del territorio dell’Impero Austro-ungarico, Aschenbach comprende la vera natura del proprio desiderio: è Venezia la città in cui intende trascorrere un periodo di tempo in tutta tranquillità.

Detto fatto e, dopo alcune tribolazioni che lascio alla vostra lettura, il vecchio scrittore raggiunge incolume il proprio alloggio presso l’Hotel des Bains in cui scopre, appunto, della presenza della piccola famigliola polacca di cui sopra.

Dal momento dell’avvistamento del giovane adolescente, per Aschenbach inizia contemporaneamente un’ascesa verso la pace e la perfezione e una discesa verso gli inferi più oscuri in cui lo struggimento per un amore oppresso e impossibile da realizzare lo costringe a lunghe e faticose riflessioni e a corse estenuanti per le vie della città lagunare pervasa dalla terribile minaccia di una epidemia di colera.

«V’è fra loro una relazione d’inquietudine e di esasperata curiosità, l’isterismo prodotto dal bisogno insoddisfatto e innaturalmente depresso di conoscersi e di comunicare l’uno con l’altro, e soprattutto una specie di ansioso rispetto. Giacché l’uomo ama e onora l’uomo finché non lo può giudicare, e il desiderio è il frutto di una conoscenza imperfetta.»

Quando finalmente Aschenbach ritrova il giovane che gioca allegro su quella spiaggia in cui lo ha segretamente ammirato durante i giorni precedenti si sente felice e pronto a compiere l’atto finale, riservare al giovane amante l’ultimo sguardo d’intesa prima di crollare a terra senza vita.

«Bene vorremmo rinnegare l’abisso e conquistare la dignità, ma per quanto ci sforziamo, l’abisso ci attira. Così noi rinunciamo alla conoscenza che dissolve, perché la conoscenza, Fedro, non ha dignità né rigore, la conoscenza sa, comprende, perdona, è senza carattere e senza forma; ha simpatia per l’abisso, anzi è l’abisso. Noi dunque la respingiamo risolutamente e quindi la nostra aspirazione resta unicamente la bellezza, vale a dire la semplicità, la grandezza e la nuova severità, la seconda spontaneità e la forma.»

Storia di un amore omosessuale ma, prima ancora di questo, La morte a Venezia è una dichiarazione di amore profondo e struggente nei confronti del Bello, o almeno, è così che io ho voluto interpretare quest’opera di alta letteratura in cui l’autore tratta coraggiosamente un aspetto della vita umana con cui egli stesso è stato costretto a fare i conti durante la sua esistenza.

L’omosessualità ai tempi in cui Mann viveva e a lavorava era infatti considerata un reato punibile attraverso la legge – durante il governo di Hitler, gli omosessuali, dichiarati “invertiti” e “esseri umani contro natura”, venivano deportati in campi di concentramento costretti a qualsiasi tipo di restrizione.

Per Mann, scrivere di questo profondo e struggente sentimento è un’ottima cura per riuscire a tenere a bada i propri istinti ed esorcizzare il problema restando accanto alla propria famiglia.

Purtroppo, però, la sua buona condotta non è sufficiente a salvarlo da un esilio volontario – prima in Svizzera in un paese nei pressi di Zurigo e poi nella località di Pacific Palisades, un distretto di Los Angeles, in cui già da tempo era presente una folta comunità di esuli tedeschi – iniziato immediatamente dopo il discorso tenuto nel 1933 all’Università di Monaco dedicato all’errore di interpretazione da parte dei nazisti nei confronti della musica di Wagner che gli stessi sentono come espressione del nuovo spirito tedesco ma che Mann colloca invece a molta distanza da quest’ultimo attirando su di sé gli sguardi indispettiti dei nazisti presenti in sala.

Devono passare una ventina di anni prima che la famiglia Mann rimetta piede su suolo europeo stabilendosi in Svizzera, luogo in cui l’autore, malato di arteriosclerosi, si spegne il 12 agosto del 1955.

Accompagnato da un altro racconto di Mann, La morte a Venezia fa la sua prima comparsa in Italia per le case editrici milanesi Treves e Bietti nel 1930.

Nel 1947, ad appena due anni dalla fine della seconda guerra mondiale, Garzanti porta nelle case dei lettori italiani il breve scritto di Mann questa volta in assenza di altri racconti od opere brevi di altro genere.

"La morte a Venezia" Prima edizione Garzanti 1947
“La morte a Venezia” Prima edizione Garzanti 1947

Ancora una piccola chicca, prima di concludere e lasciarvi a una citazione tra le più strazianti del libro di Mann.

Come si sarà forse intuito da alcune allusioni inserite qua e là nell’articolo, i rimandi alla propria vita che Mann inserisce in La morte a Venezia sono davvero numerosi e, tra i più curiosi, credo possa essere citato il nome di colui che è servito all’autore per creare il personaggio di Gustav von Aschenbach: il celebre poeta e drammaturgo omosessuale tedesco August von Platen il quale, esattamente come il protagonista del racconto di Mann, è morto di colera in Italia mentre si trovava a Siracusa per turismo sessuale.

«E ad ogni modo quale erotismo sarebbe più di questo consono ai tempi? Gustav Aschenbach era il poeta di tutti coloro che lavorano all’orlo dello sfinimento, gli oppressi da carico soverchio, già estenuati eppure ancora in piedi, questi moralisti della produzione che, esili di corporatura e scarsi di mezzi, con l’estasi della volontà e la saggia amministrazione ottengono almeno per un periodo di tempo i risultati della grandezza. Costoro sono in molti, sono essi gli eroi del nostro tempo. E tutti si riconoscevano nella sua opera, vi si vedevano confermati, esaltati, celebrati, gli erano riconoscenti e annunziavano il suo nome.»

Noemi Veneziani


[1] Katia Mann, Unwritten Memories

[2] L’identità del giovane uomo, musa del grande scrittore, è stata scoperta solo nel 1964 grazie al traduttore di Mann. Il barone Moes riconobbe la propria somiglianza con il giovane descritto da Mann in occasione dell’uscita della pellicola realizzata dal regista Visconti nel 1971.

Link utili:

«Dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli esseri umani» – Heinrich Heine, Almansor, 1821. Bücherverbrennungen: il rogo dei libri

«Dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli esseri umani» – Heinrich Heine, Almansor, 1821. Il processo di Franz Kafka

La bellezza di Roberto Vecchioni ispirata al romanzo di Mann

Morte a Venezia, film diretto dal regista Visconti e uscito in Italia nell’anno 1971

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